Studi per il Rinascimento Africano

L’idea di istituire un “centro studi” per il Rinascimento Africano è molto positiva. Come africani abbiamo sempre lamentato questa mancanza in un Paese, come l’Italia, sede di cultura per eccellenza e dialogo con la diversità. Infatti, in Italia la questione della storia e della cultura africana è spaventosamente rimossa.

Ma la cosa più spaventosa ancora è l’atteggiamento dormi-veglia degli africani (intellettuali africani, in particolare) verso il proprio Continente, diventati privi di idee e di proposte, … il fatto è che il ceto sociale degli africani, acculturato, è entrata di fatto a far parte di una comunità basata su uno standard europeo di cultura e continua ad avere un impatto sull’assetto geopolitico e geoculturale dell’Africa. Perché non è cambiato nulla, rispetto al passato, nemmeno con la decolonizzazione.

In Italia, le causa principale di questo atteggiamento è anche il contesto culturale stesso in cui si trovano:

  • L’Italia che ha rimosso non solo il suo rapporto storico con l’Africa (il colonialismo italiano in particolare) ma anche l’interesse di un approfondimento culturale.
  • l’immagine dell’Africa è la povertà. L’Africa ci chiede solo l’assistenza. L’Africa è malata. L’Africa è terra della miseria e dei flussi migratori.

Qui non voglio essere pessimista. Oggi, il dibattito sull’identità cultura africana e sulla politica economica delle classi medie è molto vivo nel mondo. Esistono esperienze virtuose, di intellettuali e scrittori che vivono negli Stati Uniti o in Europa e mantengono connessioni con intellettuali o scrittori che lavorano e scrivono nelle lingue locali. Però, dobbiamo prestare molta attenzione. Dietro la maschera, la realtà è ben diversa…. anche per questa ragione, il futuro dell’Africa ci preoccupa molto.

Per un vero rinascimento africano dobbiamo, innanzitutto, pensare a come decolonizzare la nostra mentalità e raggiungere lo sviluppo sostenibile nei limiti del sacrificio che siamo disposti a fare. C’è bisogno di ricondizionare il popolo africano – ma anche il popolo del Nord Occidentale – ad accettarsi per come si è e a non vergognarsi della propria situazione reale. Lo dico questo dopo aver recensito per il sito dell’Associazione Scritti d’Africa scrittidafrica.it, il libro del grande scrittore kenyota Ngujo wa Thiong’o Decolonising the Mind: The Politics of Language in African Literature. (Adesso disponibile anche per i tipi delle edizioni Jaca Book col titolo Decolonizzare la mente. La politica della lingua nella letteratura africana). Egli racconta del passaggio delle logiche della globalizzazione (Nguji usa la parola logiche imperialiste) all’interno di una mente integralmente colonizzata.

Per questo risulta urgente la necessità di rivedere i nostri rapporti con l’Africa riappropriando la conoscenza, i confronti culturali, il dialogo interculturale per un vero e proprio sviluppo integrale per l’inizio di un vero e proprio Rinascimento africano, in particolare, per un contributo dell’Africa all’umanizzazione globale.

Si propone allora di prendere in considerazione la resilienza. Perché senza la valorizzazione del passato non andremo da nessuna parte. Ci sono aspetti della storia e della cultura africana che sono stati sistematicamente occultati o rimossi per non far decollare l’Africa. Qualche esempio:

La questione della Democrazia e consenso nella politica tradizionale africana e/o il carattere democratico delle società africane. Questi aspetti non solo stanno diventando punti di riferimento per molte democrazie emergenti in Africa; ma eminenti studiosi occidentali li stanno approfondendo anche per un eventuale proposta di Democrazia Deliberativa per l’Occidente.

L’Africa ha avuto grandi Leadership nella stagione passata degli anni ’60-70 che solo leggendo le loro opere oggi ci si stupisce della loro lungimiranza e fonte ancora di ispirazione politica e culturale di democrazia autenticamente africana e universale: Il tanzaniano Julius Nyerere, lo zambiano di Kenneth Kaunda, il ghanese Kwame Nkrumah, Amilcar Cabra di Guinea-Bissau, Thomas Sankara di Burkina Faso, solo per mensionarne alcuni. Ciò che accomuna tutti è che l’intera carriera politica di questi statisti africani era stata improntata e dedicata al loro desiderio di un’Africa unita come una sola realtà non solo geografica. Questa visione pan-africana ebbe maggior successo con la creazione della Organizzazione dell’Unità Africana (OAU) nel 1963, realtà politica internazionale che venne poi sostituita nel 2002 dall’Unione Africana.

Diamo una brevissima biografia politica economica di alcuni di loro:

La loro politica economica e sociale è di stampo socialista, sì ma contestualizzandoao alla realtà africana. Se oggi noi li rileggessimo tutti, potremo dire che si tratti di Democrazia sociale africana perché il socialismo africano si distingue in modo piuttosto netto dalle ideologie socialiste che nel periodo degli anni ’60-‘70 stavano emergendo (o si stavano consolidando) altrove. In genere, i leader politici africani rappresentarono il socialismo soprattutto come rifiuto del sistema economico capitalistico portato dai colonizzatori, a favore del recupero di valori tradizionali africani come il senso della comunità o della famiglia o la dignità del lavoro agricolo. In questo senso, il socialismo venne spesso rappresentato come un elemento intrinseco dell’identità africana.

Tra i più discussi esempi di socialismo africano (o Democrazia sociale africana) possiamo ricordare:

  • L’UJAMAA tanzaniano di Julius Nyerere. L’Ujama in lingua swahili che significa “famiglia estesa” è tipicamente un pensiero politico sociale della tradizione tanzaniana sì, ma anche africana dove l’individuo, (una persona) diviene ciò che è attraverso la gente o la comunità. Per Nyerere, famiglia estesa significa che ogni individuo è al servizio della comunità. Ujamaa è un concetto che indica una comunità in cui la cooperazione e lo sviluppo collettivo fanno parte del modus vivendi. «Inerente nel socialismo africano, della Dichiarazione di Arusha, c’è il rifiuto del concetto della grandezza di una nazione come cosa distinta dal benessere dei suoi cittadini; e anche il rifiuto del benessere materiale come fine. C’è l’impegno a credere che nella vita ci sono cose più importanti dell’ammassare ricchezza, e che se la ricerca della ricchezza entra in conflitto con cose come la dignità umana o l’uguaglianza sociale, queste ultime avranno la priorità”.
  • L’UMANESIMO zambiano di Kenneth Kaunda, “la pace, la cultura, l’educazione prima di tutto…. del progresso e dello sviluppo”. Forse in queste parole si concentrano l’idea dell’umanesimo zambiano di Kenneth Kaunda. Infatti, subito dopo l’indipendenza dello Zambia, Kaunda intraprese una politica di forte sviluppo del sistema scolastico del paese, che al momento dell’indipendenza era fra i peggiori dell’intera Africa, con un livello di alfabetizzazione della popolazione inferiore allo 0,5%. Vennero stanziati fondi affinché tutti i bambini avessero gratuitamente i materiali di studio (quaderni, penne, matite) e per garantire borse di studio ai più meritevoli.
  • Il COSCIENZISMO del ghanese Kwame Nkrumah.- Kwame Nkrumah (scritto anche Kwame N’Krumah), talvolta indicato con lo pseudonimo di Osagyefo, “il redentore”, è stato un rivoluzionario e politico, figura di spicco nella storia della decolonizzazione e del panafricanismo: molto popolare tra i suoi connazionali e tra gli africani, appunto, per il suo impegno a favore di un’unione politica tra gli stati africani. Nkrumah aveva vissuto l’esperienza della discriminazione razziale negli Stati uniti ed era rimasto colpito dal pensiero di alcuni attivisti afroamericani, come Marcus Garvey e W.E.B. Dubois. Una volta al potere, una delle prime mosse di Nkrumah fu di modificare la Costituzione precedente costituita assieme il governo coloniale che privilegiava la rappresentanza attraverso le élite tradizionali e trasformando l’Assemblea Legislativa in una camera interamente eletta a suffragio universale. Nkrumah cercò di coinvolgere nel suo partito persone di ogni estrazione sociale, comprese le donne.
  • Thomas Sankara di Burkina Faso eclettico e pieno di idee e proposte Sankara è forse tra i leaders progressisti africani che presero al centro delle loro politiche LA QUESTIO DELLA DONNA un altro aspetto sociale completamento emarginato in Africa ma che, come qualcuno ha affermato, “in questo Continente, senza l’apporto sociale ed economico della donna niente si sarebbe mosso. La donna è vita in Africa”. Si può dire inoltre che non c’è un discorso di Sankara dove la questione della donna non veniva menzionata: «La disuguaglianza può essere sconfitta attraverso la definizione di una nuova società, in cui gli uomini e le donne potranno godere di pari diritti, derivanti da uno sconvolgimento dei mezzi di produzione in tutti i rapporti sociali. Pertanto, la condizione delle donne migliorerà solo con l’eliminazione del sistema che le sfrutta» … e … «La rivoluzione e la liberazione delle donne vanno di pari passo. Non parliamo di emancipazione delle donne come atto di carità o ondata di compassione umana. Si tratta di una necessità alla base della rivoluzione. Le donne reggono l’altra metà del cielo”.