Scienze umane nella ricerca dell’identità – nuove frontiere in Africa

Il periodo che va dal 1960 ad oggi in Africa comprende due fasi: il post-colonialismo che parte dagli anni sessanta fino alla caduta del muro di Berlino nel 1989 con la fine del blocco comunista e il neoliberalismo dal 1989 ai giorni nostri. Il post-colonialismo è caratterizzato dall’idea della costruzione della nazione, perché il nazionalismo africano voleva significare all’inizio solamente decolonizzazione. Dopo il 1989 si è spinto sul processo della democratizzazione di gran parte dei Paesi africani secondo il modello delle democrazie liberali occidentali, con l’alternarsi di vari capi di governo che non tenevano conto che il contesto africano era ben diverso da quello occidentale. Ultimamente si sta verificando una nuova corsa alle materie prime da parte delle grandi potenze mondiali e tra queste la novità è rappresentata dalla Cina.

Il passaggio tra queste due fasi, con l’evento storico del 1989, non si è verificato con una rottura radicale ma gradualmente. La domanda a cui dobbiamo rispondere è: quale è stata l’influenza delle scienze umane dal post-colonialismo ad oggi?

Possiamo dire che l’influenza delle scienze umane è stata quella di rispondere alla domanda della ricerca dell’identità africana, nell’ottica della rinascita africana. Tutti gli studi africani umanistici cercano di far tornare l’africano come soggetto della storia e non oggetto della storia come si era visto fino a prima della decolonizzazione.

Tanti filosofi, storici africani come Cheikh Anta-Diop, Joseph Kizerbo, geografi, antropologi, sociologi, politologi, economisti e altri studiosi di discipline delle scienze umane, africani o legati all’Africa, sono concordi per questa ricerca dell’identità e della rinascita africana ed è centrale l’importanza della ricerca storica e politologica. Le scienze umane dall’indipendenza ai nostri giorni hanno cercato e cercano di creare un uomo nuovo per cambiare quell’Africa di René Dumont, economica e politica che è uscita dall’indipendenza e che è partita[1] male, che ci ha mostrato crisi, povertà estrema, guerre e conflitti continui, per l’altra Africa per usare l’espressione di Serge Latouche che è una Africa del dono e che sarebbe un bel progetto della postmodernità[2].

È urgente il contributo delle scienze umane per combattere la pauperizzazione antropologica dell’africano secondo l’analisi di Engelbert Mveng o della crisi del munto dall’analisi del filosofo camerunese Fabien Eboussi Boulaga, che sono frutto della storia del continente africano dal 1400 agli Anni Sessanta, gli anni delle indipendenze africane, un periodo caratterizzato dalla tratta atlantica ossia dalla schiavitù e dalla colonizzazione. Le scienze umane sono di grande importanza nel processo di far emergere l’altra Africa che è un’Africa di “Ubuntu” che vuole dire umanità ossia l’Africa del “io sono perché siamo”.

L’Africa è oggi una ecologia morale oltre che ambientale per tutta l’umanità. L’umanesimo africano è una nuova frontiera che può essere la chiave per il rinascimento culturale che oggi tutti noi auspichiamo per combattere i molteplici scontri a livello mondiale. Salvaguardare lo sviluppo umano, in pericolo di decadenza in Africa, è il punto centrale per le scienze umane in questo XXI secolo. Vediamo adesso il contributo delle scienze umane in Africa nelle due fasi suindicate.

Post-colonialismo

Nel post-colonialismo gli studi umanistici sono stati caratterizzati da eclettismo e multidisciplinarietà. Ci sono tanti africani e non africani che si sono occupati dell’Africa: l’idea principale a livello politico, economico e sociale è stata quella di creare una identità nazionale dato che il nazionalismo africano era sinonimo di decolonizzazione. Dalla Nigeria alla Somalia e dal Cairo a Cape Town tutti cercavano la libertà. Quindi l’identità in questo periodo era legata alla creazione della nazione. Le masse popolari rurali si sono viste escluse dai meccanismi formali della politica[3] e in alcune parti sono scoppiate guerre civili. Il problema è che i leaders che hanno guidato le indipendenze hanno mobilitato le masse rurali e dopo, ottenuta l’indipendenza, queste sono state escluse dal potere. Dove è stata necessaria la guerra per ottenere l’indipendenza dallo Stato colonialista come nel caso delle colonie portoghesi: Mozambico, Angola, Guinea Bissau, Capo Verde e S. Tomé e Principe o delle colonie francesi, esempio l’Algeria, le masse hanno lottato per l’indipendenza. Dopo l’indipendenza, considerato che lo Stato moderno è caratterizzato, weberianamente parlando, dalla burocrazia, quelle masse rurali non essendo istruite si sono viste escluse dagli incarichi pubblici, in alcuni casi questa situazione ha provocato anche dei colpi di stato[4]. Questa esclusione fa sì che il potere in Africa sia piramidale nella sua essenza in quanto parte solo dall’alto. Oggi, tramite uno studio profondo delle scienze umane, si deve cercare di rovesciare questa situazione affinché le masse che vivono nei centri rurali, che costituiscono ancora la maggioranza della popolazione africana, possano essere partecipi dei processi decisionali dei propri paesi.

Tralasciando questa ricerca della identità politica nazionale, gli Stati africani hanno cercato anche di costruire un sistema economico subito dopo l’indipendenza, già negli anni settanta, con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca mondiale (BM) che hanno imposto dei programmi di aggiustamento strutturale che non hanno prodotto i miglioramenti prospettati. Con i fallimenti  quindi l’Africa è entrata nell’era neoliberale ed anche se negli ultimi cinque anni alcuni paesi hanno manifestato una crescita annua di oltre il 7%,  come il Mozambico e la Nigeria[5], l’Africa continua ad essere il continente più povero del mondo[6].

 

Neoliberalismo

In Africa il neoliberalismo è arrivato nella sua forma della trinità: Banca Mondiale (BM), Fondo Monetario Internazionale (FMI) e Organizzazione Internazionale del Commercio (OIM).

L’ideologia neoliberale o il neoliberalismo, che storicamente è balzato alla ribalta con la amministrazione di Ronald Reagan in USA e negli anni di Margaret Thatcher prima ministra britannica, è stato formulato dalle idee economiche di Milton Friedman, della Scuola di Chicago[7], che usano l’approccio scientifico metodologico del positivismo metodologico[8]. Le conseguenze sono evidenti ovunque, una delle più gravi è l’uso della politica come strumento per gli interessi del mercato e per il bene del privato. Accentuando così l’abisso della tanatos della politica. Dagli anni Ottanta ai nostri giorni tanti economisti di scuola neoliberista hanno conquistato posizioni importanti nelle istituzioni Internazionali cruciali per le politiche di sviluppo economico quali, appunto, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. Questi economisti, avendo imparato bene le dottrine del loro maestro Friedman, sono diventati dei bravi ripetitori che hanno applicato pedissequamente le teorie assimilate senza tener in alcun conto le realtà politiche, storiche e sociali in cui queste dottrine venivano calate. Come solitamente accade nella nostra società di cultura incultura di oggi, per dirla con le parole di Allan David Bloom[9], i bravi nelle università sono coloro che sanno ripetere bene anche se non riescono a produrre novità scientifiche. Più che parlare del neoliberalismo e delle sue caratteristiche, è importante invece esaminare le ricadute drammatiche che questo ha provocato in Africa.

Il neoliberalismo con il suo principio della good governance, con i suoi programmi di aggiustamento strutturale (PAS) e con gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio della Banca Mondiale, invece di sradicare la povertà estrema come era stato auspicato prima dell’applicazione delle politiche neoliberiste hanno peggiorato la situazione esistente e tanti paesi africani si sono ritrovati in povertà estrema. Si è creata una élite politica viziata da nepotismo, clientelismo ed arroganza che si è appropriata dei beni pubblici e delle risorse a fronte di una popolazione poverissima. Questa élite, brava nell’applicare la dottrina neoliberista, è quella lodata e canonizzata negli altari del mondo euro-atlantico. La conseguenza immediata è che la democrazia liberale in Africa è in crisi. L’idea del privato che è estraneo alla cultura africana sta frantumando il tessuto sociale del continente nella ricerca dell’accaparramento delle risorse. I casi emblematici sono quelli del Congo, del Mali, della Repubblica Centro Africana, della Libia.

Una piccola élite importa modelli politici ed economici senza tener conto del contesto e della maggioranza dei cittadini che si sente esclusa dalla gestione dei beni pubblici. È da notare, inoltre, che le guerre africane nell’era del neoliberalismo sono basicamente economiche, infatti il neoliberalismo ha creato una asimmetria economica dove una piccola élite diventa sempre più ricca e in generale in Africa sono le élites a detenere il potere. Ma l’altra Africa è ancora viva anche se minacciata continuamente dal neoliberalismo che tende a frantumarne il tessuto sociale; il ruolo delle scienze umane oggi è quello di farlo rinascere[10]. Questa Africa dell’ubuntu di una economia morale di un umanesimo umano che è la base di quella che chiamo “demobuntocrazia”, ossia la democrazia vista tramite i valori ubuntu che significa umanità, questo “io sono perché siamo”, che è della maggioranza del popolo africano, è la nuova frontiera delle scienze umane oggi in Africa, i cui valori sono: libertà, uguaglianza, ospitalità, fraternità, gioia, apertura, onestà, responsabilità che ci danno la speranza di un futuro migliore e fanno parte della natura umana perciò patrimonio dell’umanità quindi tutti siamo africani, perché in principio era l’Africa. Non dimentichiamoci le parole di Plinio il vecchio: “Ex Africa Semper aliquid novi” (Dall’africa si apprende sempre qualcosa di nuovo).

 

Bibliografia

BELUCCI, S.; Africa Contemporanea Politica, cultura, istituizioni a sud del Sahara, Carocci, Roma, 2010.

BLOOM , ALLAN D.; The Closing of the American Mind, Simon and Schuster, 1987.

BONAGLIA, F.; LUCIA WEGNER; L’Africa un continente in movimento, Mulino, 2014.

DA SILVA, SÉRGIO V.; Política e poder na África Austral (1974-1989), Escolar Editora, 2013.

DO-NASCIMENTO, J.; Storia del continente africano una leitura razionale e sintetica, quiEdit, Verona, 2015.

LATOUCHE, S.; L’altra africa tra dono e mercato, Bollati Boringhieri,Torino, 1997.

MARZANO, F.; Introduzione all’economia politica, Euroma, Roma, 2009.

SALVADORI MASSIMO, L.; Democrazia storia di un’idea tra mito e realtà, Donzelli Editore, Roma, 2015.

[1] S. LATOUCHE; L’altra africa tra dono e mercato, Bollati Boringhieri, Torino, 1997, 15.

[2]  op.cit.

[3] S. BELUCCI, Africa Contemporanea Politica, cultura, istituizioni a sud del Sahara, Carocci, Roma, 2010, p.54.

[4] S. VIERA DA SILVA, Política e poder na África Austral (1974-1989), Escolar Editora, 2013, p.128.

[5] F. BONAGLIA; LUCIA  WEGNER; L’Africa un continente in movimento, Mulino, 2014.

[6] F. BONAGLIA; LUCIA  WEGNER, Op.Cit.

[7] S.BELLUCI, op.cit., p.56. per origine del neoliberalismo si può vedere anchè MASSIMO L. SALVADORI, Democrazia storia di un’idea tra mito e realtà, Donzelli Editore, Roma, 2015, pp. 458-459.

[8] F. MARZANO, Introduzione all’economia politica, Euroma, Roma, 2009, p.9.

[9] A. D. Bloom, The Closing of the American Mind, Simon and Schuster, 1987.

[10] J. DO-NASCIMENTO, Storia del continente africano una leitura razionale e sintetica, quiEdit, Verona, 2015, p.128.